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La vita non ha senso a priori. Prima che voi la viviate, la vita di per sé non è nulla; sta a voi darle un senso, e il valore non è altro che il senso che sceglierete Sartre, Jean-Paul L'esistenzialismo è un umanismo, Mursia, s.d., p. 104.



mercoledì 4 luglio 2012

Per-sona di Hannah Arendt



Nel 1975 Hannah Arendt tiene un discorso a Copenhagen in occasione del premio Sonning conferitole dal governo danese per i suoi contributi alla cultura europea. Il discorso diventa poi il Prologo diResponsibily and Judgment(Responsabilità e giudizio). In questoPrologo adopera il sostantivo latinopersona, derivato dal verbo per-sonare, che in origine faceva riferimento alla voce che risuona attraverso la maschera dell’attore. (cfr.Jerome KohnIntroduzione aResponsabilità e giudizio, Einaudi, 2004, p. XXVI).

[...] Dato che il problema concerne qui la sottoscritta in quanto persona, lasciate che provi ad affrontare la questione da un’ulteriore angolatura – la questione, intendo, del mio essere trasformata in una figura pubblica non dalla forza della fama ma di un pubblico riconoscimento. Lasciate che vi rammenti l’origine etimologica della parola «persona», che deriva dal latino persona e rimane pressoché immutata in tutte le lingue europee, con la stessa unanimità con cui, ad esempio, la parola «politica» è stata mutuata dal greco polis. Non è certo privo di significato che una parola tanto importante del vocabolario odierno, una parola usata in tutta Europa per discutere di faccende giuridiche, politiche e filosofiche, derivi da una stessa fonte antica. E’ come se, in effetti, in questo antico vocabolario vibrassero accordi destinati a risuonare poi, con diverse modulazioni e variazioni, in tutta la storia dell’Occidente.
Persona, in ogni caso, definiva originariamente la maschera che ricopriva il volto «personale» dell’attore e serviva a indicare agli spettatori quale fosse il suo ruolo nel dramma. Nella maschera, imposta dal dramma, c’era però una vasta apertura, più o meno all’altezza della bocca, attraverso cui la voce dell’attore poteva passare  e risuonare, nella sua nuda individualità. Ed è proprio da questo «risuonare attraverso» che deriva il termine persona: il verboper-sonare, «risuonare attraverso», è quello dal quale deriva infatti il sostantivo persona, «maschera». I romani furono i primi ad usare il termine in un senso metaforico: nel diritto romano, persona indicava chiunque fosse in possesso di diritti civili, a differenza del semplicehomo, che designava un membro della specie umana, diverso senz’altro da un animale, ma privo ancora di una specifica qualifica o distinzione  – ragion per cui homo, come il greco anthropos, veniva anche usato con disprezzo per designare quanti non godevano di protezione giuridica.
Personalmente, trovo interessante quest’uso metaforico della parola latina, se non altro perché esso stimola a elaborare ulteriori metafore, che sono in fondo il pane quotidiano del pensiero concettuale. La maschera romana descrive con grande precisione il nostro modo di apparire in società, quando non ci presentiamo in veste di cittadini nello spazio pubblico riservato alla parola e all’azione politica, ma siamo invece accettati a pieno titolo come individui, senza ridurci per questo a semplici esseri umani. Noi tutti appariamo sempre sul grande palcoscenico del mondo venendovi riconosciuti per il ruolo che la professione ci assegna e prescrive, in quanto medici o avvocati, autori o editori, insegnanti o studenti, e così via. Ma è attraverso questo ruolo che qualcosa di diverso si manifesta, o che qualcosa «risuona attraverso». Questo qualcosa è assolutamente idiosincratico e indefinibile, eppure è facilmente identificabile. Per questo, non veniamo confusi con altri quando i ruoli improvvisamente cambiano; quando per esempio uno studente riesce finalmente a diventare un insegnante; o quando quella tale ospite da cui ci troviamo, di professione medico, ci serve da bere invece di curarsi dei propri pazienti. In altre parole, il concetto di persona ci consente di vedere e capire – è questo il profitto che io qui tendo a trarne – che i ruoli e le maschere che il mondo ci assegna, e che noi dobbiamo accettare e perfino guadagnarci per prendere parte alla grande commedia del mondo, sono scambiabili. Non sono inalienabili, nel senso in cui si parla di «diritti inalienabili», non sono una maschera incollata al nostro volto, non sono tratti specifici del nostro io più intimo, nel senso in cui la voce della coscienza –come in molti ancora credono – può essere un tratto specifico della nostra anima.
Alla luce di tutto ciò, eccomi allora in grado di scendere a patti con questa mia apparizione sulla scena di un pubblico evento, in veste di «figura pubblica». Se così stanno le cose infatti, una volta passati gli eventi per i quali è stata disegnata questa maschera, dopo aver usato e abusato del mio diritto di far risuonare la mia voce individuale attraverso la maschera, tutto tornerà al suo posto, tutto tornerà come prima. Profondamente onorata e grata a voi tutti per questo riconoscimento, sarò libera non solo di cambiare il mio ruolo e la mia maschera nella grande commedia de mondo, ma sarò libera anche di avanzare sulle tavole del palcoscenico nella mia nuda «ecceità», identificabile spero, ma non definibile, e comunque non sedotta dalla grande tentazione del riconoscimento che, comunque vadano le cose, può solo farci riconoscere in questa o quest’altra veste, può solo farci riconoscere per quello che noi , essenzialmente, non siamo.
Copenhagen, 18 aprile 1975.

(da Hannah Arendt,  Prologo, in Responsabilità e giudizio, Einaudi 2004 pp. 10-12).

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